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Un anno fa, già al mattino, avevo parecchie ore di sonno arretrato. Il volo per Cardiff era partito da Catania a mezzanotte e in aereo non ho mai dormito, neanche in rotte intercontinentali. Figurarsi se potevo sperare di farlo con quell’adrenalina addosso, o peggio dopo, come riuscivano alcuni, appoggiandosi la testa su un banco del McDonald’s attiguo al Cardiff City Stadium. Così mi misi a passeggiare alle prime luci dell’alba per le strade delle capitale gallese, dicendomi “carina, se vinciamo ci torno”. La veglia ci fece giocare decine di volte quella partita prima che iniziasse, immaginando migliaia di trame di gioco mai realizzate, ovviamente. Il resto della giornata l’ho descritto un anno fa qui: una fatica disumana, non riscattata dall’unico antidoto possibile – il lieto fine – e resa ancor più amara dalle immagini di Piazza San Carlo.

Spesso mi dico, scherzandoci su, che sarebbe stato meglio non entrare al Millennium Stadium e restare a sbronzarmi con Giovanni, Nino, Federica, Ciccio, Francesco, Gianluca, Leomina e tutti gli altri con cui abbiamo condiviso quella giornata Oltremanica. L’amicizia che si respirava quel giorno rimarrà per sempre, un dato oggettivo e incontrovertibile che mai l’ineliminabile retrogusto amaro di quel ricordo riuscirà a cancellare. Non è sentimentalismo, anzi a distanza di un anno si guarda indietro a freddo e si razionalizza, riuscendo a discernere meglio su cosa accadde. Non alla Juve, ma a noi. A me. Perché un po’, dopo quella giornata, siamo cambiati.

Anzitutto siamo più consapevoli. Da tifosi si tende ad idealizzare. La tua squadra è sempre la migliore del mondo, può tutto. Oggi guardiamo a un club che ha vinto 13 Champions, 4 negli ultimi 5 anni. Riconoscere che ci sia qualcuno che, simpatico o antipatico, è di un’altra categoria, non significa voler meno bene alla Juve, ma rendere l’amore più adulto. Anche perchè, ribaltando la questione, allo stesso modo ci si volta alla spalle e si vede chi arranca svariati tornanti più sotto, magari sminuendoti ma tentando in ogni modo di imitarti.

Siamo sempre più incontentabili, inoltre. Si vede dopo i double, quando pur godendo della vittoria alzi la mano chi non ha pensato “sì, ma  la Champions…”. Si vede durante il calciomercato, quando davanti alle voci di acquisti importanti storciamo, comunque il naso. Vuoi per la consapevolezza di cui sopra (ce li immaginiamo tutti davanti a CR7 e Sergio Ramos), vuoi perché temiamo che ad ogni arrivo corrisponda un addio. Perchè si, siamo quelli che si vantano di aver preso Pogba a zero e rivenduto a 105. Ma a volte vorremmo essere noi quelli che possono lasciarli andare a zero e ricomprarli a 105.

Malgrado tutti, siam più assetati di quella coppa. Inutile negarcelo: fatte tutte le doverose premesse sulla difficoltà, la casualità della competizione e sull’atavica idiosincrasia gobba, la prima cosa che si guarda della stagione successiva è la data e la location della prossima finale di Champions.

Tuttavia la cosa più bella, secondo me, è che siamo diventati più ironici. Sappiamo prenderci meno sul serio. Dovessimo tornare in finale a breve, sono certo che #aPorLaOctava sarebbe uno degli hashtag più utilizzati dagli stessi juventini. Perchè abbiamo imparato a sorridere delle nostre debolezze. Sicuramente una nuova vigilia la vivremmo senza proclami e senza le convinzioni, un po’ presuntuose e un po’ cabaliste, di vittoria (qui credo di poter strappare un applauso all’amico Massimo Zampini), che avevamo alla vigilia di Cardiff. Ci accosteremmo con più leggerezza. Abbiamo anche imparato a farci scivolare addosso gli sfottò degli haters, che poi si approprierebbero volentieri del #finoalconfine che ci hanno cucito addosso. Che poi negli ultimi 22 anni solo il Real ha giocato una finale in più di noi. Piccolo particolare: loro tutte vinte, noi tutte perse tranne una. Consapevolezza e ironia migliorano la vita, appunto. Meno affanni e più realismo, di conseguenza più concretezza.

Anche per questo stasera esco a cena a festeggiare l’anniversario del Cardiffazo con l’amico Nino Tarantino, in una delle sue rare “discese” a Palermo. Festeggiare o esorcizzare? Chissà. Di certo mettere ogni cosa al proprio posto. E, ovviamente, da incontentabili e assetati, brindare al #My7h sognando, un giorno non troppo lontano, di riportare a casa l’oggetto del desiderio.